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Cambiare tutto per lasciare tutto com’è

Svegliarsi al mattino è sempre stato difficile, ma ultimamente è diventato addirittura faticosissimo. Molto di quello che conoscevamo è cambiato, o meglio, sono cambiati i termini che descrivono gli oggetti, le situazioni. Così, di primo mattino, tutte spettinate davanti allo specchio non possiamo limitarci al restauro del trucco, adesso è necessario il make up. Una volta sulle guance mettevamo il phard e sulla bocca il lucidalabbra, ora coloriamo gli zigomi con il blush e illuminiamo le labbra con il lip gloss. Se il nostro hair stylist ha fatto un buon lavoro basta un colpo di spazzola per sistemare i capelli, in caso contrario dovremmo rivolgerci al nostro vecchio parrucchiere, un po’ demodè ma forse più bravo.

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Siamo pronte per indossare il nostro outfit migliore (al posto del vecchio completo) acquistato rigorosamente in un outlet che lo spaccio aziendale faceva troppo pusher. Per alcuni articoli si possono cambiare decine di definizioni lasciando invariata la sostanza; qualche anno fa stavamo malissimo coi fuseaux e adesso coi leggings stiamo anche peggio, a meno che non abbiamo vent’anni e un corpo statuario. Un vecchio paio di pantaloni militari ora sono trendy purché li definiamo camouflage e se prima eravamo vestite male adesso possiamo definirci vintage per sdoganare qualunque indumento.

Terminata la faticosa preparazione mnemonica possiamo dirigerci sul luogo di lavoro, se siamo eco-friendly prendiamo l’autobus obliterando il biglietto poiché timbrarlo parrebbe riduttivo, se amiamo gli status symbol invece saliamo sul nostro SUV, in effetti girare con una semplice jeep in centro a Milano sarebbe un po’ ridicolo.

Durante la nostra faticosa giornata incontriamo diverse persone che hanno inspiegabilmente cambiato lavoro, salvo poi continuare a svolgere la medesima mansione; così gli spazzini sono diventati operatori ecologici, la donna delle pulizie è la collaboratrice domestica e i bidelli fanno parte del personale non insegnante e se mai gli dovesse scappare un consiglio o la soluzione di un problema algebrico, dovrebbero mordersi le labbra e tacere, in quanto non insegnante. Per par condicio mi aspetto che in futuro gli scolari somari vengano definiti non imparanti.
In nome del politically correct poi abbiamo addolcito tutte le definizioni vagamente offensive trasformando gli extracomunitari in migranti, i portatori di handicap, che furono anche handicappati, in diversamente abili, i ciechi in non vedenti e i sordi in non udenti; dimenticandoci puntualmente però di declinare il rispetto dei lemmi nella vita quotidiana.

Il rapporto con i nostri figli, già complicato di natura, grazie al nuovo dizionario interattivo è sicuramente peggiorato e ci richiede uno sforzo cognitivo immane. Dopo averli recuperati da scuola dobbiamo passare in edicola per comprare gli stickers visto che probabilmente gli adesivi sono terminati e dobbiamo passare a prendere il loro amico del cuore che difficilmente sarà il secchione della classe, al massimo si tratterà di un nerd. Se poi il nostro amato è nel pieno dell’adolescenza dovremmo patteggiare un solo piercing per evitare gli obsoleti buchi alle orecchie. Con ogni probabilità il nostro quindicenne invece di studiare si lascerà rincoglionire dalle trasmissioni digitali televisive, che furono catodiche, in un tripudio di sitcom, serie Tv e anime, telefilm e cartoni giapponesi non più, sono anni che non fanno più parte del palinsesto televisivo. Non dobbiamo esagerare però con le critiche per non rischiare che esca con la sua crew, delle brutte compagnie di una volta infatti non è rimasta nemmeno l’ombra.

Anche la nostra dolce metà non è esente dal cambio dei termini (le condizioni restano comunque le stesse), una volta guardava la Coppa dei Campioni, adesso se non ha Sky la Champions league non la vede e non vede nemmeno il Volley che ha sostituito la pallavolo tradizionale. Se poi è un maniaco della forma fisica indosserà un paio di sneakers, lasciando le scarpe da ginnastica ingiallite in solaio, per dedicarsi a quello che fu il jogging, trasformato in footing e approdato definitivamente al running.
Di correre insomma non se ne parla.

E se verso sera vi volete concedere un momento per voi, in compagnia di un paio di amiche, dimenticatevi l’aperitivo a base di stuzzichini e tuffatevi in un apericena (terribile eh!) ripiena di finger food, rinunciando definitivamente al cinema poiché il plot non riuscite davvero a capirlo e la trama fa tanto lavoro a maglia.

La nostra giornata è quasi finita e le ultime energie le dedichiamo ai nostri social preferiti, se avete odiato l’autoscatto non cadrete nella trappola del selfie a tutti i costi e passando attraverso il ginepraio di tag, hashtag, multichat ed e-mail vi dedicherete disperate all’aggiornamento del vostro blog, rimpiangendo i bei tempi del diario col lucchetto, quello che chiudevate con cura anche se aveva solo una pagina scritta.

Non resta che andare a dormire.

E lì qualcosa ci sorprende, ritroviamo il letto, il cuscino, le coperte; oggetti familiari, riconoscibili nella forma e nella definizione, immutati.

Nella nostra mente c’è un vorticare frenetico di parole nuove e termini astrusi, figli della modernità e della globalizzazione, un modo come un altro per cambiare tutto senza cambiare nulla.

Buonanotte.

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